L’alba dentro l’imbrunire


19 Settembre 2026


6min

Battiato, il desiderio di luce e la mitezza nei tempi oscuri

«E il mio maestro m’insegnò com’è difficile trovare
l’alba dentro l’imbrunire.»

Ci sono versi che appartengono a una canzone e altri che, a un certo punto, sembrano uscire dalla musica per venirci incontro.

Questo di Franco Battiato, tratto da Prospettiva Nevski, è uno di quelli.

Forse perché non parla semplicemente della speranza.

Dice qualcosa di più difficile.

Non dice che dopo la notte arriverà il giorno.
Non invita ad aspettare che passi il buio.
Non promette che tutto finirà bene.

Dice che occorre imparare a trovare l’alba dentro l’imbrunire.

Dentro.

È questa piccola parola, forse, a contenere tutto.

Non aspettare che il buio finisca

Sarebbe rassicurante pensare che la luce venga sempre dopo: prima il dolore, poi la guarigione; prima lo smarrimento, poi la chiarezza; prima la crisi, poi la soluzione.

Ma la vita raramente procede in modo così ordinato.

Ci sono momenti nei quali il dolore e la possibilità convivono. La paura non è ancora scomparsa, eppure qualcosa comincia a muoversi. Non abbiamo trovato una risposta, ma una domanda nuova si affaccia. Non siamo ancora usciti dalla notte, ma riusciamo per un istante a intravedere una direzione.

Forse è questa l’alba di cui parla Battiato.

Non una luce che cancella l’oscurità, ma una luce che impariamo a riconoscere mentre l’oscurità è ancora presente.

E non è facile.

Il verso lo dice esplicitamente: il maestro insegna quanto sia difficile.

Perché vedere soltanto il buio, quando siamo nel buio, è naturale. Cercare ciò che sta nascendo richiede invece un altro sguardo.

Il maestro e il lavoro interiore

La figura del maestro attraversa molta della ricerca spirituale di Battiato.

Nel suo percorso hanno avuto un ruolo importante il pensiero di Gurdjieff e l’interesse per le tradizioni mistiche orientali, compreso il sufismo.

Non occorre trasformare Prospettiva Nevski in una canzone “sufi” per cogliere una risonanza.

Nella tradizione sufi il cammino non consiste semplicemente nell’andare altrove alla ricerca di qualcosa che ci manca. È anche un lavoro sul modo in cui guardiamo, sullo spazio occupato dall’io, sulla capacità di diventare presenti a ciò che accade.

La luce, allora, non è soltanto qualcosa che attendiamo dall’esterno.

È anche qualcosa che dobbiamo imparare a riconoscere.

Questo non significa negare il dolore, spiritualizzarlo o trasformarlo troppo rapidamente in un’occasione di crescita.

Anche la sofferenza ha diritto al proprio tempo.

Ma significa non identificarla con la totalità della vita.

L’imbrunire esiste. Ma non tutto ciò che esiste è imbrunire.

La tentazione della luce facile

Viviamo in un tempo che sembra oscillare fra due estremi.

Da una parte siamo continuamente esposti al dolore: guerre, violenza, immagini di distruzione, solitudini, aggressività nelle relazioni e nel linguaggio pubblico.

Dall’altra ci viene spesso proposta una forma di positività obbligatoria: reagire, essere forti, guardare avanti, trasformare immediatamente ogni ferita in un’opportunità.

Ma anche la luce può diventare violenta, quando arriva troppo presto.

Dire a qualcuno che soffre «devi vedere il lato positivo» può essere un modo per non sostare accanto alla sua oscurità.

Rassicurare troppo in fretta può significare non avere ascoltato abbastanza.

La speranza autentica non cancella il dolore.

Gli fa spazio senza consegnargli tutto lo spazio.

Forse è proprio questa una delle differenze fra consolazione e cura.

Una mitezza per il nostro tempo

In un’epoca nella quale molte parole diventano rapidamente assolute, la mitezza può sembrare insufficiente.

Davanti alla violenza, all’ingiustizia, alla polarizzazione, viene spontaneo pensare che occorra alzare la voce, irrigidire le posizioni, contrapporre forza a forza.

Ma la mitezza non significa indifferenza.

Non significa sottrarsi alla responsabilità.
Non significa evitare il conflitto quando il conflitto è necessario.
E soprattutto non significa chiudere gli occhi davanti al male.

La mitezza è un altro modo di esercitare la forza.

È la scelta di non lasciare che ciò che combattiamo decida anche ciò che diventiamo.

Possiamo opporci alla violenza senza diventare interiormente violenti.
Possiamo difendere una posizione senza cancellare la persona che abbiamo davanti.
Possiamo riconoscere l’ingiustizia senza rinunciare alla complessità.
Possiamo attraversare il dolore senza permettergli di trasformare ogni cosa in dolore.

Forse anche questo significa cercare l’alba dentro l’imbrunire.

La Cura Mite® non promette che andrà tutto bene

La Cura Mite nasce anche da questa consapevolezza.

Non consiste nel rendere più dolce ciò che dolce non è.

Non dice alla persona ferita che presto tutto passerà.
Non anticipa la guarigione.
Non impone una speranza.

Rimane.

E prova a stare abbastanza vicina da accompagnare l’altro senza sostituirsi a lui.

A volte, nel lavoro di cura, l’alba è minuscola.

È una persona che, dopo molto silenzio, ricomincia a parlare.
È qualcuno che riesce finalmente a dire «ho paura».
È un corpo che lentamente si rilassa.
È una domanda che prende il posto di una certezza disperata.
È la possibilità, ancora fragile, di immaginare un domani.

Non bisogna abbagliarla con troppa luce.

Bisogna proteggerla.

Custodire ciò che resta umano

Forse la domanda più importante del nostro tempo non è soltanto:

quando finirà il buio?

Ce n’è un’altra, più esigente:

che cosa vogliamo custodire di umano mentre il buio c’è ancora?

La capacità di ascoltare.

Di non umiliare.

Di non trasformare automaticamente chi è diverso da noi in un nemico.

Di non confondere la fermezza con la durezza.

Di lasciare spazio al dubbio quando tutti reclamano certezze.

Di continuare a vedere una persona là dove sarebbe più facile vedere soltanto un’etichetta, una diagnosi, un errore, uno schieramento.

Sono gesti piccoli.

Ma forse le albe cominciano proprio così.

L’alba non cancella la notte

C’è qualcosa di profondamente mite nell’immagine scelta da Battiato.

L’alba non combatte la notte.
Non la umilia.
Non la sconfigge con fragore.

Semplicemente, comincia.

Una luce quasi impercettibile modifica lentamente ciò che sembrava immutabile.

Forse la Cura Mite assomiglia anche a questo.

Non all’arte di vedere tutto luminoso.

Ma alla capacità di restare abbastanza presenti nell’ombra da riconoscere la prima traccia di luce.

Senza inventarla.
Senza anticiparla.
Senza costringerla.

E, quando compare, custodirla.

Anche attorno a queste domande si muove il mio libro Cura Mite. La rivoluzione gentile, che in questi giorni comincia il suo cammino nelle mani dei lettori.

Perché forse l’alba non comincia soltanto quando la notte finisce.

Comincia ogni volta che, dentro la notte, qualcuno continua a cercare la luce.

Copertina libro Cura mite.

Riccardo Battaglia

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